Leggiamoci insieme questo bell'articolo di Repubblica e iniziamo a chiederci come mai le realtà più disordinate e caotiche portino (prevalentemente) alla crescita di individui gretti e sempliciotti. Dai, ok, ho esagerato. Però ricordate di quando ho scitto che gli stereotipi sono semplificazioni necessarie? L'articolo di Science citato da Repubblica ha perfettamente ragione a sottolineare che in un ambiente caotico, e quindi più imprevedibile, un numero maggiore di semplificazioni sono necessarie per il nomale funzionamento quotidiano. Dall'altro lato, sono convinto che crescere in un ambiente socialmente impegnativo come (semplifico) Napoli generi in percentuale individui più furbi e smaliziati, portati alla semplificazione e quindi all'intuizione, piuttosto che all'analisi. Parlando di luoghi comuni, non so se un napoletano sia più intelligente di un giapponese, certo è che il primo sarà più veloce a capire i meccanismi che sottostanno ad un certo fenomeno, o almeno a costruirne una propria interpretazione approssimata (che può anche essere errata), mentre il secondo effettuerà un ragionamento più critico, propenso a cogliere eventuali contraddizioni e meno influenzato dalle etichette che tutti noi abbiamo per contrassegnare dei ragionamenti esclusi a priori. Ho colto abbastanza nel segno? Spero di sì. L'importante è dunque non dare dei giudizi di merito, ma capire le regole che animano il flusso dei nostri pensieri.
Certo è che gli stereotipi e la semplificazione sono un'arma fondamentale della politica, e non mi riferisco soltanto alle propagande e alle elezioni, ma anche ai semplici dibattiti di confronto. Provateci voi a confrontarvi con un romano medio. Vi massacrerà con due battute sagaci fregandosene dell'argomentazione logica sottostante. Ha la perspicacia dalla sua, la furbizia, l'intuizione. E così nei dibattiti l'avrà vinta chi da sempre si arrangia perchè ha la mente più svelta, temprata dalle difficoltà. E questo ha le ripercussioni politiche che da vent'anni vediamo nel nostro paese: il gusto per la boutade, l'arraffa arraffa generale, l'espressione da furbetti della nostra classe politica. Tu guarda il Giappone, invece. Mezzo disastro nucleare e tutti che si danno da fare, che cercano di ristabilire l'ordine, che riprendono a vivere come sempre. Da noi duemila migranti sono l'ostacolo inaffrontabile che paralizza tutte le discussioni. Io non lo so quale delle due strutture organizzative sia migliore (quella giapponese, per dire, è asfissiante), mi limito a tracciare la forma, a seguire il disegno.
Un pensiero che mi porta spesso a riflessioni inconcludenti è chiedermi come mai le parti del mondo con il clima migliore siano anche quelle in cui la qualità dei servizi, secondo gli standard normalmente adottati, è anche al livello più basso. Non so se sia la tipologia dei suoi abitanti ad aver costruito città disorganizzate, e che queste poi abbiano influito sulla personalità dei loro abitanti, oppure se sia avvenuto il contrario. L'uovo o la gallina? Sta di fatto che c'è un circolo vizioso che bisognerebbe frenare. La mia mente va a Berlino, con le sue strade enormi, la sua precisione, i suoi polmoni verdi. O alla semplicità di un piatto di sushi. Io non so quale sia la soluzione migliore. Forse bisognerebbe vivere a Roma. Forse a Berlino. Io mi accontento di viaggiare.
Showing posts with label neuroscienze. Show all posts
Showing posts with label neuroscienze. Show all posts
Tuesday, April 19, 2011
Il tuo spazio vitale
Tuesday, April 12, 2011
Don't be evil
Ovvio, noi esseri umani tendiamo sempre ad estremizzare. O sei col bene o sei col male. Ma sicuramente non siamo più nel milleottocento con i racconti dei cavalieri senza macchia e senza paura e dei cattivi così cattivi che ridevano sempre. Il mondo è a toni di grigio, e riesce incredibile pensare che abbiamo avuto nella nostra storia la pretesa di classificarlo in compartimenti stagni.
Non che ci sia nulla di male, sia chiaro: la stereotipizzazione è una caratteristica intrinseca del ragionamento, un'approssimazione necessaria per quelle miliardi di decisioni che compiamo nel corso della giornata. Lo fanno anche gli animali, giù nella scala evolutiva fino ai rettili: la reazione che si attiva spontaneamente nel gestire una situazione è sempre una valutazione positiva o negativa dello sato delle cose: un processo automatico. Approssimiamo per non dover perdere troppo tempo sui dettagli, per non dover considerare tutte le sfumature. Ci sono pazienti che sono privi dei marker somatici e che per fissare un appuntamento per prendere un caffè al bar ci impiegano oltre un'ora. Approssimiamo per essere efficienti. Ma anche per paura di sgretolare un pilastro sul quale si poggia un intero castello di congetture. Per cui, è molto più facile dare torto al nostro amico leghista su una qualunque questione, piuttosto che ragionarci bene sopra, scoprire che ha ragione. E forse, magari, iniziare a riconsiderare la propria posizione, rivedere interamente le proprie credenze, ricostruirci un'identità. Roba faticosissima. Roba che piuttosto lasci stare e continui solamente a leggere quei quattro o cinque blog che la pensano proprio come te.
Gli stessi oggetti di cui ci circondiamo, le persone che stimiamo, i nostri feticci personali, devono riassumere l'idea di chi siamo noi, per rafforzare i nostri stereotipi, per aiutare noi stessi ad identificarci. Fa quasi male sapere quanto bisogno noi abbiamo di identificare noi stessi: è un processo cruciale, ne va della nostra sopravvivenza. Dobbiamo sapere quali sono i nostri limiti e quali sono i nostri punti di forza per valutare effettivamente le azioni e gli obbiettivi che vogliamo intraprendere, se non vogliamo affrontare un insuccesso dopo l'altro. Paradossalmente, stereotipiamo noi stessi come e forse più degli altri. Per questo basta un personal trainer che ti fa il lavaggio del cervello e ti convince di essere un vincente per ubriacarti di nuove aspettattive di vita. Ma non fatelo, quella è l'autostrada a scorrimento veloce, e non si impara nulla viaggiando così.
Per cui siamo fieri dei libri che leggiamo, della musica che ascoltiamo. Delle marche che compriamo. "Le persone non comprano cosa fai, comprano perchè lo fai". Vogliamo identificarci con quell'oggetto, con quella mentalità, per sapere che noi siamo fatti così. Quanti di voi si rifiutano di leggere Dan Brown solamente per quello che rappresenta? O non ammetterebbero mai ad un amico di avere un CD di Avril Lavigne nella propria collezione? Non è tanto il giudizio degli altri quello che conta, ma quello che noi abbiamo di noi stessi. Abbiamo degli standard a cui conformarci, per poter far affidamento su di noi. Non vorremmo certo essere una persona del tutto imprevedibile. Come gestire, altrimenti, la propria vita?
Tutto questo casino, insomma, per dire che io sono con Google. Ciecamente con Google. Non proprio sempre sempre, è vero, in fondo sono un maledetto cinico come pochi. Ma la filosofia di un'azienda che dice di se stessa "Non essere cattivo" è un richiamo troppo forte per non rimanerne inevitabilmente attratti. E questa è una decisione che condiziona molte scelte future. Una di queste si chiama Apple. L'altra, Facebook. Prossimamente.
Non che ci sia nulla di male, sia chiaro: la stereotipizzazione è una caratteristica intrinseca del ragionamento, un'approssimazione necessaria per quelle miliardi di decisioni che compiamo nel corso della giornata. Lo fanno anche gli animali, giù nella scala evolutiva fino ai rettili: la reazione che si attiva spontaneamente nel gestire una situazione è sempre una valutazione positiva o negativa dello sato delle cose: un processo automatico. Approssimiamo per non dover perdere troppo tempo sui dettagli, per non dover considerare tutte le sfumature. Ci sono pazienti che sono privi dei marker somatici e che per fissare un appuntamento per prendere un caffè al bar ci impiegano oltre un'ora. Approssimiamo per essere efficienti. Ma anche per paura di sgretolare un pilastro sul quale si poggia un intero castello di congetture. Per cui, è molto più facile dare torto al nostro amico leghista su una qualunque questione, piuttosto che ragionarci bene sopra, scoprire che ha ragione. E forse, magari, iniziare a riconsiderare la propria posizione, rivedere interamente le proprie credenze, ricostruirci un'identità. Roba faticosissima. Roba che piuttosto lasci stare e continui solamente a leggere quei quattro o cinque blog che la pensano proprio come te.
Gli stessi oggetti di cui ci circondiamo, le persone che stimiamo, i nostri feticci personali, devono riassumere l'idea di chi siamo noi, per rafforzare i nostri stereotipi, per aiutare noi stessi ad identificarci. Fa quasi male sapere quanto bisogno noi abbiamo di identificare noi stessi: è un processo cruciale, ne va della nostra sopravvivenza. Dobbiamo sapere quali sono i nostri limiti e quali sono i nostri punti di forza per valutare effettivamente le azioni e gli obbiettivi che vogliamo intraprendere, se non vogliamo affrontare un insuccesso dopo l'altro. Paradossalmente, stereotipiamo noi stessi come e forse più degli altri. Per questo basta un personal trainer che ti fa il lavaggio del cervello e ti convince di essere un vincente per ubriacarti di nuove aspettattive di vita. Ma non fatelo, quella è l'autostrada a scorrimento veloce, e non si impara nulla viaggiando così.
Per cui siamo fieri dei libri che leggiamo, della musica che ascoltiamo. Delle marche che compriamo. "Le persone non comprano cosa fai, comprano perchè lo fai". Vogliamo identificarci con quell'oggetto, con quella mentalità, per sapere che noi siamo fatti così. Quanti di voi si rifiutano di leggere Dan Brown solamente per quello che rappresenta? O non ammetterebbero mai ad un amico di avere un CD di Avril Lavigne nella propria collezione? Non è tanto il giudizio degli altri quello che conta, ma quello che noi abbiamo di noi stessi. Abbiamo degli standard a cui conformarci, per poter far affidamento su di noi. Non vorremmo certo essere una persona del tutto imprevedibile. Come gestire, altrimenti, la propria vita?
Tutto questo casino, insomma, per dire che io sono con Google. Ciecamente con Google. Non proprio sempre sempre, è vero, in fondo sono un maledetto cinico come pochi. Ma la filosofia di un'azienda che dice di se stessa "Non essere cattivo" è un richiamo troppo forte per non rimanerne inevitabilmente attratti. E questa è una decisione che condiziona molte scelte future. Una di queste si chiama Apple. L'altra, Facebook. Prossimamente.
Subscribe to:
Posts (Atom)