L'ha già fatto una volta, lo farà di nuovo. Google ci salverà tutti. Google è stato il Gutemberg dell'età moderna: il sapere accessibile a tutti, la chiave per leggere un intero escosistema di informazioni.
Sia chiaro, non bisogna mai amare il proprio carnefice: un'azienda è pur sempre un'azienda, e il profitto che fa lo realizza sulla nostra pelle. Il nostro potere di consumatori è comunque quello di scegliere il nostro carnefice, ed io ho scelto quello che più di ogni altro ha a cuore il Sapere.
Google ha due grandi rivali, al momento: Apple e Facebook. Di Apple si parlerà più avanti perchè merita una trattazione a parte, perchè il solo essere un rivale di Google non fa di quest'azienda il Male, anzi. Facebook no. Facebook è proprio il male.
Sia chiaro che sono contento che lo strapotere di Google sul Web sia finito: un monopolio non fa mai bene a nessuno di noi, soprattutto se si parla delle nostre identità virtuali. Ma una volta il Web era il luogo delle identità fittizie, dei soprannomi stupidi e con tanti numeri al fondo. Oramai in rete abbiamo tutti nome e cognome, residenza, vita. Come è cambiato tutto questo? Una volta per comunicare con i tuoi amici sul Web dovevi fornire loro una parola strana, l'indirizzo della tua mail, oppure il tuo nickname in un qualunque Instant Messenger, o quello di Skype, o l'indirizzo del tuo blog. La magia che ha fatto Facebook è stata di metterci tutti in riga per nome e cognome, una vera e propria trasposizione delle nostre vite online, con tanto di foto, amici e gusti personali (più tutte le attività che compiamo quotidianamente). Questo di per se non sarebbe un male, a patto di considerare Facebook per quello che è: l'evoluzione della posta elettronica personale, degli sms, del tam tam per far girare una festa tra amici. Dovremmo prendere il payoff di Facebook molto più sul serio: "qualcosa che ti aiuta a restare in contatto con le persone della tua vita". Punto.
Invece, lo scopo di chi sta dietro a Facebook è di indurre i propri utenti a limitare l'intera esperienza sul Web al recinto blu. Quello che c'è fuori è pericoloso. Qui dentro è un ambiente controllato. Se Google da un lato è stata la guida con il machete che ti portava a spasso attraverso la giungla di Internet, Facebook è più simile al giardino d'infanzia, con gli spigoli arrotondati. Ma non è di questo che volevo parlare.
Il punto cruciale è l'anonimato. Ovvero, Facebook è necessario, come sono necessari tutti i sistemi di comunicazione tra esseri umani. Il problema è che ci stiamo scordando dei pregi dell'anonimato, e non parlo solo delle questioni di privacy. Nel Web dei nickname ci si confrontava e si cresceva tra persone sconosciute, senza filtro perchè non si aveva nulla da nascondere, tutto il male che poteva succedere se lo sorbiva soltanto al nostro avatar. Da un lato questo ha prodotto comportamenti disdicevoli, è vero, ma non ha limitato l'esperienza online alla propria cerchia di amici: essere su Internet a quei tempi significava davvero essere cittadino del mondo. Su Facebook, adesso, si è tremendamente preoccupati di cosa pensano gli amici, si investe un quantitativo di tempo esorbitante ad interessarci degli altri, a fingerci a nostra volta interessanti con qualche link su youtube e qualche nota scritta qua e la. Per cosa? Per mantenere lo status quo, ovvero la propria cerchia di amici. Il Web una volta era confronto con nuove persone, ampliamento degli orizzonti, crescita personale. A me non me ne frega nulla delle canzoni che postano i miei amici. So già che hanno dei gusti terribili. Molto meglio un giro su Last.fm o su Goodreads per scoprire animi affini con cui dialogare.
Chiudo il post dando un consiglio a Google. So che Page e Brin passano di qui, ogni tanto, per cui li saluto. Google vuole lanciare il tanto agognato servizio di musica in streaming, una manna per noi appassionati, e sono convinto che faranno un disastro. Quando si parla di social, Google ha l'ansia da prestazione e fa cilecca. Allora, prestatemi orecchio, vi dico io come fare. È inutile cercare di spodestare Facebook dal suo ruolo di aggregatore: è grande e grosso, alla gente piace, funziona bene. Si può cercare, però, di essere il suo contraltare, il suo gemello buono. Immaginatevi un network anonimo. YourAnonymousNetwork.com. Si torna ai nickname. Con in più i veri dati di ascolto di musica, libri, blog, video e tutta la compagnia bella di servizi offerti da Google. I dati raccolti saranno anonimi (per la gioia dei suoi utenti) e sicuramente più veritieri di quelli di Facebook, dove la gente è sempre sotto lo stretto controllo dei suoi simili. Un network che ingloba Last.fm, Goodreads, IMDB, Blogger, Twitter, Youtube e tutto quello che vi passa per la testa. Tutto anonimo. Tutto disponibile per tutti.
Io non so voi ma farei carte false per iscrivermi ad una cosa del genere, un servizio che registra i tuoi gusti mano a mano e ti propone di volta in volta un film, un libro, un album, un tweet. E soprattutto: ti propone persone. Persone che magari vivono a Calcutta ma che magari ragionano come te. Una rapida googlata ed ecco un areo low cost per andarli a trovare. Le barriere che crollano. Un mondo finalmente unito.
Showing posts with label Google. Show all posts
Showing posts with label Google. Show all posts
Wednesday, April 20, 2011
Tuesday, April 12, 2011
Don't be evil
Ovvio, noi esseri umani tendiamo sempre ad estremizzare. O sei col bene o sei col male. Ma sicuramente non siamo più nel milleottocento con i racconti dei cavalieri senza macchia e senza paura e dei cattivi così cattivi che ridevano sempre. Il mondo è a toni di grigio, e riesce incredibile pensare che abbiamo avuto nella nostra storia la pretesa di classificarlo in compartimenti stagni.
Non che ci sia nulla di male, sia chiaro: la stereotipizzazione è una caratteristica intrinseca del ragionamento, un'approssimazione necessaria per quelle miliardi di decisioni che compiamo nel corso della giornata. Lo fanno anche gli animali, giù nella scala evolutiva fino ai rettili: la reazione che si attiva spontaneamente nel gestire una situazione è sempre una valutazione positiva o negativa dello sato delle cose: un processo automatico. Approssimiamo per non dover perdere troppo tempo sui dettagli, per non dover considerare tutte le sfumature. Ci sono pazienti che sono privi dei marker somatici e che per fissare un appuntamento per prendere un caffè al bar ci impiegano oltre un'ora. Approssimiamo per essere efficienti. Ma anche per paura di sgretolare un pilastro sul quale si poggia un intero castello di congetture. Per cui, è molto più facile dare torto al nostro amico leghista su una qualunque questione, piuttosto che ragionarci bene sopra, scoprire che ha ragione. E forse, magari, iniziare a riconsiderare la propria posizione, rivedere interamente le proprie credenze, ricostruirci un'identità. Roba faticosissima. Roba che piuttosto lasci stare e continui solamente a leggere quei quattro o cinque blog che la pensano proprio come te.
Gli stessi oggetti di cui ci circondiamo, le persone che stimiamo, i nostri feticci personali, devono riassumere l'idea di chi siamo noi, per rafforzare i nostri stereotipi, per aiutare noi stessi ad identificarci. Fa quasi male sapere quanto bisogno noi abbiamo di identificare noi stessi: è un processo cruciale, ne va della nostra sopravvivenza. Dobbiamo sapere quali sono i nostri limiti e quali sono i nostri punti di forza per valutare effettivamente le azioni e gli obbiettivi che vogliamo intraprendere, se non vogliamo affrontare un insuccesso dopo l'altro. Paradossalmente, stereotipiamo noi stessi come e forse più degli altri. Per questo basta un personal trainer che ti fa il lavaggio del cervello e ti convince di essere un vincente per ubriacarti di nuove aspettattive di vita. Ma non fatelo, quella è l'autostrada a scorrimento veloce, e non si impara nulla viaggiando così.
Per cui siamo fieri dei libri che leggiamo, della musica che ascoltiamo. Delle marche che compriamo. "Le persone non comprano cosa fai, comprano perchè lo fai". Vogliamo identificarci con quell'oggetto, con quella mentalità, per sapere che noi siamo fatti così. Quanti di voi si rifiutano di leggere Dan Brown solamente per quello che rappresenta? O non ammetterebbero mai ad un amico di avere un CD di Avril Lavigne nella propria collezione? Non è tanto il giudizio degli altri quello che conta, ma quello che noi abbiamo di noi stessi. Abbiamo degli standard a cui conformarci, per poter far affidamento su di noi. Non vorremmo certo essere una persona del tutto imprevedibile. Come gestire, altrimenti, la propria vita?
Tutto questo casino, insomma, per dire che io sono con Google. Ciecamente con Google. Non proprio sempre sempre, è vero, in fondo sono un maledetto cinico come pochi. Ma la filosofia di un'azienda che dice di se stessa "Non essere cattivo" è un richiamo troppo forte per non rimanerne inevitabilmente attratti. E questa è una decisione che condiziona molte scelte future. Una di queste si chiama Apple. L'altra, Facebook. Prossimamente.
Non che ci sia nulla di male, sia chiaro: la stereotipizzazione è una caratteristica intrinseca del ragionamento, un'approssimazione necessaria per quelle miliardi di decisioni che compiamo nel corso della giornata. Lo fanno anche gli animali, giù nella scala evolutiva fino ai rettili: la reazione che si attiva spontaneamente nel gestire una situazione è sempre una valutazione positiva o negativa dello sato delle cose: un processo automatico. Approssimiamo per non dover perdere troppo tempo sui dettagli, per non dover considerare tutte le sfumature. Ci sono pazienti che sono privi dei marker somatici e che per fissare un appuntamento per prendere un caffè al bar ci impiegano oltre un'ora. Approssimiamo per essere efficienti. Ma anche per paura di sgretolare un pilastro sul quale si poggia un intero castello di congetture. Per cui, è molto più facile dare torto al nostro amico leghista su una qualunque questione, piuttosto che ragionarci bene sopra, scoprire che ha ragione. E forse, magari, iniziare a riconsiderare la propria posizione, rivedere interamente le proprie credenze, ricostruirci un'identità. Roba faticosissima. Roba che piuttosto lasci stare e continui solamente a leggere quei quattro o cinque blog che la pensano proprio come te.
Gli stessi oggetti di cui ci circondiamo, le persone che stimiamo, i nostri feticci personali, devono riassumere l'idea di chi siamo noi, per rafforzare i nostri stereotipi, per aiutare noi stessi ad identificarci. Fa quasi male sapere quanto bisogno noi abbiamo di identificare noi stessi: è un processo cruciale, ne va della nostra sopravvivenza. Dobbiamo sapere quali sono i nostri limiti e quali sono i nostri punti di forza per valutare effettivamente le azioni e gli obbiettivi che vogliamo intraprendere, se non vogliamo affrontare un insuccesso dopo l'altro. Paradossalmente, stereotipiamo noi stessi come e forse più degli altri. Per questo basta un personal trainer che ti fa il lavaggio del cervello e ti convince di essere un vincente per ubriacarti di nuove aspettattive di vita. Ma non fatelo, quella è l'autostrada a scorrimento veloce, e non si impara nulla viaggiando così.
Per cui siamo fieri dei libri che leggiamo, della musica che ascoltiamo. Delle marche che compriamo. "Le persone non comprano cosa fai, comprano perchè lo fai". Vogliamo identificarci con quell'oggetto, con quella mentalità, per sapere che noi siamo fatti così. Quanti di voi si rifiutano di leggere Dan Brown solamente per quello che rappresenta? O non ammetterebbero mai ad un amico di avere un CD di Avril Lavigne nella propria collezione? Non è tanto il giudizio degli altri quello che conta, ma quello che noi abbiamo di noi stessi. Abbiamo degli standard a cui conformarci, per poter far affidamento su di noi. Non vorremmo certo essere una persona del tutto imprevedibile. Come gestire, altrimenti, la propria vita?
Tutto questo casino, insomma, per dire che io sono con Google. Ciecamente con Google. Non proprio sempre sempre, è vero, in fondo sono un maledetto cinico come pochi. Ma la filosofia di un'azienda che dice di se stessa "Non essere cattivo" è un richiamo troppo forte per non rimanerne inevitabilmente attratti. E questa è una decisione che condiziona molte scelte future. Una di queste si chiama Apple. L'altra, Facebook. Prossimamente.
Subscribe to:
Posts (Atom)